Successo dell'atipica opera di Wolf-Ferrari al Regio di Torino grazie anche al direttore Palumbo e al coro
Lunedì scrivemmo di Sly, la dimenticatissima partitura di Ermanno Wolf-Ferrari scelta per inaugurare la stagione
lirica del Regio. Nel presentarla, mai avremmo creduto che negli stessi giorni a Torino fosse per scatenarsi l'inferno che tutti conoscono. Ogni
cosa s'è fermata, lì : anche solo il rispetto per le vittime, e con ciò non si intende solo i defunti, doveva impedire un evento festivo.
Meno ancora poteva però prevedersi che tra lunedì e giovedì fosse talmente per riprendersi da celebrarla, la festa,
quest'ultima sera: con così genuina partecipazione che un'opera sconosciuta e a prima vista impopolare ottiene un successo di pubblico tale da
sorprendere i suoi paladini intelligenti. Per intelligenti vuol dire armati di pessimismo. L'intelligenza da sola non basta. Chi scrive,
fosse stato un soprintendente o un direttore artistico , non avrebbe osato mettere Sly in cartellone. Per fortuna sua e degli altri queste cariche nè le
ricopre, nè ricoprirle vuole. Il presente articolo non è dunque dedicato a Sly: il suo oggetto è lo spiegare perchè giovedì l'opera è arrivata a
trionfare in una città per giunta fredda alla musica. La spiegazione comprende dunque anche la lezione che lo scrivente ha ricevuta dal non torinese
direttore artistico del Regio, palesemente migliore e più intelligente musicista di lui.
In primo luogo lo spettacolo teatrale. L'opera fa all'estero meno paura che da noi : evidentemente un linguaggio musicale
e uno stile così atipici vengono lì meglio compresi, e meglio altrove si comprende anche quanto la più importante partitura tragica (1927) di un
delicato miniaturista goldoniano come Wolf-Ferrari sia intrisa, spesso profeticamente, di quel mondo dell'Espressionismo tedesco rappresentante
una finale parentesi del Classico-Romantico secondo la Storia. "La leggenda del dormiente risvegliato" è opera
commista di Espressionismo e altro : tradurlo in espressionismo radicale è scelta da condannarsi in linea teorica.
E invece lo spettacolo torinese, che proviene dall'Opera di Zurigo, proprio questo fa, mostrando che l'apparente oltranzismo
è solo coraggio. Ai signori Hans Hollmann, regista, Hans Hoffer, autore dei bozzetti, Dirk von Bodisco, autore dei figurini, dobbiamo uno degli
allestimenti più spietati, coerenti, fantasiosi, ricchi nel senso figurativo e nel senso dell'azione che si siano visti negli ultimi
anni. L'allucinazione, lo straniamento, il necessario prevalere del mondo onirico su quello reale scaturiscono dall'uso
espressivo dalle luci, dei colori , dei costumi, degli incessanti moti coreografici ai quali si contrappone l'isolamento del grande protagonista,
Josè Carreras. Il troppo colore e il troppo moto pervengono, attraverso lo strumento retorico della dimostrazione alla più spettrale e tragica
immobilità e monocromia.
Perno del teatro , ma anche della musica è il tenore Josè Carreras. Pochi recitano come lui : pochi sanno dir tanto col
solo sbarrar degli occhi, con la semplice attitudine . Se di Tamino il Sacerdote può dire "E' più che un Principe : è un Uomo", di Carreras noi possiamo
affermare essere più di un tenore, una Personalità. Di altri che forse cantano meglio di lui , poco ci cale : quale tenore più
giovane possiede dizione così scolpita e toccante, anzi, come un Maestro suggerisce, così perfetta "fonazione articolata"
nel pronunciare quell'unità ove si fondono sillaba e melos?
Lo si vorrebbe , Carreras, citare da solo : ma un soprano drammatico come la protagonista femminile, Elisabethe Matos, va
ricordato per il volume poderoso ed il fiammante tìmbro. L'unione di spettacolo e protagonisti geniali sorte un effetto capace di colpire al
cuore quasi tutti. Ma tale effetto non si dispiegherebbe appieno se non vi fossero altre due carte vincenti : il coro istruito dal Maestro
Casoni,una delle stelle fisse del Regio, e la presenza sul podio del maestro Renato Palumbo. Direttore d'orchestra dalla felina prontezza di riflessi e
premonizione, dotato d'un gesto di rara efficacia e bellezza che col tempo andrà restringendosi e liberandosi dal troppo e dal vano , egli concerta
la partitura con eleganza insieme vitale e morbosa. Vorremmo ascoltarlo dunque anche in concerto sinfonico, se mai qualche
nostra grande istituzione facesse l'atto scandaloso di scritturare un italiano bravo.
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