L'ultima volta che è passato da queste parti era il 1993. Venne a battezzare la Fiat Punto.
Stavolta deve mettere in moto una macchina molto più complessa: la nuova stagione d'opera del Teatro
Regio, che parte lunedì 16 con la rediviva Sly (1927) di Ermanno Wolf-Ferrari e si concluderà a luglio
col musical Kiss Me, Kate di Cole Porter. Nei panni del poeta maledetto Cristoforo Sly - così come a
Zurigo due anni fa e poi a Washington e Barcellona - è sempre lui, José Carreras. Professione: tenore,
54 anni ancora da compiere, in carriera da trenta, alle spalle un diluvio di successi. Più uno che li
vale tutti: quello contro la leucemia che nel 1987, senza chiedergli il permesso, lo inchiodò nel
ruolo più difficile. Che sembrava l'ultimo. Invece fu un nuovo inizio, e soprattutto, attraverso la
Fondazione Internazionale José Carreras per la lotta alla leucemia (e-mail: f.carreras@bcn.servicom.es),
una speranza e un sostegno concreto per molti. Il miglior finale che si potesse scrivere per una
vicenda terribile.
Ci pensa ancora?
«Diciamo 24 ore al giorno. Ma più che alla malattia penso alla Fondazione. Tutto quello che posso
dare in termini di tempo e di energia, è per questa battaglia. A me è andata bene, adesso pensare agli
altri mi sembra il minimo».
Si cresce di più in trent'anni di successi o in uno di malattia?
«Sono cose diverse. Il lavoro ti fa crescere, certo. Ma la malattia ti matura, ti cambia. Quando
da un giorno all'altro ti trovi a guardare negli occhi la tua fine, e hai la fortuna di tornare
indietro, non sei più lo stesso di prima».
Com'è, dopo, il rapporto con la vita, col teatro, con gli altri?
«Le cose che sono state importanti per la tua vita, rimangono importanti. Quello che cambia è
l'ordine delle priorità, come si dice, la scala dei valori. Scopri che il rapporto che hai con il tuo
prossimo è, in assoluto, la cosa più importante della vita. Capisci quanto contano gli amici, le
persone care. L'affetto che ti circonda e ti scalda, anche da parte del pubblico, assume un significato
molto diverso. È un bene prezioso e tu senti il bisogno, l'importanza di ricambiarlo. Se prima ti
impegnavi per te stesso, ora senti che dare il meglio di te è anche un modo per dire grazie.
Naturalmente poi devi sempre fare i conti con i tuoi limiti, coi limiti che abbiamo tutti. Potrà
sembrare banale ma anche questa è una scoperta».
In che senso?
«Nel senso che dopo una situazione così uno dice bè, da oggi in poi sarò l'uomo più saggio, più
giudizioso e più prudente del mondo. Poi, grazie a Dio, uno si sente bene come prima e torna a fare
gli errori che faceva prima, o almeno una buona parte. È inevitabile, è umano che sia così. Voglio
dire, è anche giusto. Resta il fatto che almeno sbagli con la coscienza di sbagliare».
Quali saranno i prossimi errori?
«Se saranno errori non lo so ancora, ma ci sono parecchi impegni in programma, anche della serie
"I Tre Salami", come ha scritto qualcuno. A dicembre, con Domingo e Pavarotti, faremo un concerto
natalizio a Chicago. Poi altri quattro ancora nel prossimo anno e mezzo, in Corea, Giappone, Malesia
e di nuovo negli Stati Uniti».
Sempre con James Levine come direttore?
«Sì, però dipende dalla sua agenda, che è una cosa proprio impossibile. Se riuscirà ad essere
disponibile, certamente sul podio ci sarà lui».
E lei? La vedremo mai sul podio come Domingo?
«Io non ho questa capacità. Non sono un direttore d'orchestra e non conosco così profondamente
la musica. Non potrei fare quello che fa Domingo».
Mi scusi, ma un Carreras che sostiene di non conoscere abbastanza a fondo la musica è una notizia.
La sua umiltà le fa onore, ma non starà esagerando?
«No. Mi riferisco agli aspetti tecnici, agli studi particolari che la direzione d'orchestra richiede
e che io non ho fatto. Continuerò a fare il cantante e basta».
Allora parliamo di teatro. Il Regio continua il suo viaggio nell'opera del Novecento. Come giudica
questo cartellone?
«Un saggio equilibrio di titoli nuovi (o comunque sconosciuti) e opere di grande repertorio. La stagione
ideale, direi. Il pubblico dell'opera, si sa, di fronte alle novità arriccia un po' il naso. E
intendiamoci, ha tutto il diritto di vedere La traviata e Il barbiere di Siviglia, ci mancherebbe. Ma
guai se non ci fossero anche i lavori nuovi: sono indispensabili perché l'opera continui a vivere.
Solo che non tutti i teatri hanno il coraggio e le professionalità per programmarli».
E poi ci sono anche opere come Sly, un buon punto d'incontro fra modernità e grande pubblico.
Lei come la colloca nel panorama del Novecento?
«Io vorrei saper rispondere alla sua domanda. Ma sono solo un interprete, non sono né un critico né
un musicologo. A me Sly piace molto. E credo piacerà molto anche al pubblico. È un'opera piena di
spettacolo e di musica eccellente. Nonostante le sue molte influenze mitteleuropee conserva, se così
posso dire, un grado altissimo di "italianità" nei suoi comportamenti musicali. Il protagonista è
diverso dal solito eroe romantico, dal tenore vincente. Ma è un ruolo di grande sensibilità, e
specialmente nel terzo atto raggiunge uno spessore drammatico davvero strepitoso». Carreras riflette
un attimo in silenzio. Poi cambia registro, e con un'associazione di idee che la dice lunga sul suo
humour, precisa: «"Strepitoso" è una parola che ho imparato dal mio amico e collega Pavarotti. Ogni
volta che mi fa assaggiare uno dei suoi salami di Modena, mi dice: "Toh, senti questo se non è
strepitoso!"».
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