Un'opera fuori dagli schemi, lussureggiante e solitaria come un'isola tropicale. Un'opera diversa.
Chi conosce la quasi sconosciuta Sly di Ermanno Wolf-Ferrari su libretto di Giovacchino
Forzano, ispirata al prologo della Bisbetica domata di Shakespeare, sa che lo spettacolo con
cui José Carreras aprirà domani sera la nuova stagione lirica del Teatro Regio è di quelli che meritano
di tornare all'onore delle scene. Non un grande capolavoro magari, ma certamente una partitura piena di
fascino e di sorprese. Ne circola una edizione in CD, in lingua tedesca, diretta da Robert Maxym nel
1988 per l'etichetta ARTS. Un'incisione piuttosto bella che in questi giorni figura nelle vetrine di
molti negozi torinesi. Fra verismo e neoclassicismo, fra preziosità cameristiche e tardo sinfonismo
romantico, fra ruvide impennate goliardiche e sontuosi rifacimenti barocchi, Sly è un percorso
imprevedibile fra le troppe tentazioni di un secolo giovane (è datata 1927) e ancora alla ricerca di
se stesso. Il primo atto non è che un lungo prologo, una pittura d'ambiente dai colori nitidi e vivaci.
Di fatto la vicenda inizia nel secondo, fra suggestioni orchestrali di grande raffinatezza, e tocca il
suo apice drammatico nel terzo - il più breve - dove la scena è tutta per il tenore protagonista.
Carreras ha ricoperto quel ruolo già alla Opernhaus di Zurigo, che nel 1998 rilanciò la partitura
nello stesso allestimento che andò poi in scena al Liceu di Barcellona e che domani vedremo a Torino.
Ha vestito quindi i panni di Sly all'Opera di Washington lo scorso anno, ma in una realizzazione diversa.
Fatto salvo il lato musicale, sulla regia di Washington, che era firmata da Marta Domingo, si appuntarono
molte critiche. Non piacquero il sovraffollamento e la confusione scenica del primo atto, a parte la
"Danza dell'orso" inscenata da Carreras. Ancor meno gradita risultò la trasposizione della vicenda nel
XX secolo, per non parlare poi di una strana figura danzante che, con l'intento di "interpretare
coreograficamente" gli stati d'animo di Sly , ne disturbava di continuo il gesto drammatico. La
messinscena zurighese che vedremo domani, per la regia di Hans Hollman, pare sia immune da questi
difetti. L'ambientazione slitta al XII secolo e l'ingranaggio scenico risulta agile e oliato. Carreras,
in margine al nostro incontro di ieri, si è detto assai coinvolto e convinto di questa regia. Qualche
perplessità è stata avanzata invece dal critico Carlos Ollala che ha visto lo spettacolo a Barcellona
pochi mesi fa. Quando Sly si risveglia, nel secondo atto, il suo letto assume (simbolicamente?) una
improbabile posizione verticale. «Speriamo bene, - ha scritto Ollala - un giorno o l'altro, se
quell'aggeggio si guasta, il nostro Carreras rischia di finire catapultato nella buca dell'orchestra».
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