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A Carreras "Sly" Calza Come Un Guanto
By Antonio Cirignano


Spiace per il buon vecchio Hegel, ma non è mica vero che tutto ciò che accade è razionale. È accaduto, per esempio, di archiviare senza appello questa caleidoscopica Sly di Ermanno Wolf-Ferrari, che in fondo un suo posticino nei repertori del Novecento l'avrebbe meritato. L'opera con cui José Carreras (con tre giorni di ritardo causa alluvione) ha aperto giovedì sera la stagione lirica del Teatro Regio, aveva debuttato alla Scala nel 1927 con Aureliano Pertile nel ruolo protagonista. Poi più nulla, o quasi. Fino a due anni fa, quando in odore di riscoperta andò in scena alla Opernhaus di Zurigo e di lì rimbalzò all'Opera di Washington e al Liceu di Barcellona, sempre con Carreras. Il passaparola uscito da quelle rappresentazioni annunciava spettacolo. Ora sappiamo che lo spettacolo c'è. Annunciava buona musica. E c'è anche quella. Quel che c'è un po' meno, tutto sommato, è l' "opera", se con questo si intende la sintesi drammaturgica, la forma coesa, il capolavoro. Ma il Novecento è appunto il secolo che all' "opera" ha sostituito il "teatro musicale", segno di un desiderio di fuga dagli schemi di cui Sly - oggi possiamo vederlo meglio di allora - è frutto minore, ma non minimo. L'idea del poeta ubriacone che per burla viene calato nei panni di un gran signore, e poi tragicamente risvegliato, giunge dal prologo della Bisbetica domata. Giovacchino Forzano ne trae un libretto diseguale ma a suo modo arguto. Un primo atto frastagliato e corale, di pura ambientazione e tratteggio dei ruoli. Un secondo narrativo, con al centro il classico duettone d'amore e poi la svolta crudele della burla svelata. Un terzo, brevissimo, che è tutto un monologo destinato al protagonista e alla chiusa drammatica in cui egli si dà la morte. All'impianto e alle troppe tentazioni di un testo siffatto Wolf-Ferrari si arrende con indubbia disinvoltura artigianale. Colorismi popolareschi, ruvide impennate goliardiche, raffinatezze tardo sinfoniche, rifacimenti barocchi, preziosismi quartettistici, esplosioni corali. Fino al culmine "ver ista" del terzo atto, dove la solitaria disperazione di Sly si avvolge in un tessuto cameristico e orchestrale ad alta temperatura emotiva. Nel suo ruolo, più faticoso che impervio, Carreras entra come una mano in un guanto. Domina la scena, esibisce vocalmente i muscoli, ma sfodera pure una serie di "mezza voce" timbrati e pieni di armonici come se ne ascoltano solo dai grandi. Elisabete Matos è una Dolly di tutto rispetto, e bene fanno anche Carmelo Corrado Caruso nei panni del Conte e Enrico Marrucci in quelli di John Plake. Il coro preparato da Bruno Casoni appare brillante e compatto anche nei passaggi "a cappella". Buona, infine, la risposta dell'orchestra alla direzione vigorosa ed esigente di Renato Palumbo, capace di cambiar pelle ogni venti battute se necessario, pur di servire al meglio l'autore nelle sue peregrinazioni di stile. Allestimento Opernhaus di Zurigo (regia di Hans Hollmann, scene di Hans Hoffer, costumi di Dirk von Bodisco) improntato a una essenziale sobrietà di poligoni di luce su nero: graficamente, una cosa fra Mondrian e Léger. Per Carreras, successo scontato. Per Sly, un'accoglienza calorosa e molti applausi.

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Source: Il Giornale
Date Published: October 22, 2000