Il tenore, tifosissimo, lunedì al Regio l’intervista José Carreras parla
della lirica, di Pavarotti e di calcio
Un salto al Museo Egizio, un pasticcino da Mulassano, le
interviste di rito e poi la prova in costume di Sly, l’opera di
Ermanno Wolf Ferrari che lo vede protagonista nello
spettacolo che lunedì inaugura la stagione del Teatro Regio.
Josè Carreras l’instancabile ha trascorso così il pomeriggio
di ieri. Martedì sera invece il tenore di Barcellona,
tifosissimo di calcio, ha invitato tutto il cast dell’opera a
vedere con lui la partita ItaliaGeorgia. E mercoledì prossimo
non si perderà in tv la sfida del suo Barcellona con il Milan
per la Champions League: «Tra una recita e l’altra non
posso andare allo stadio, perché urlo troppo e rischio di
rimanere senza voce. Mercoledì vinceremo noi, ho già
scommesso con il mio agente Mario Dradi: se vince il
Barça, lui paga la cena a tutto il cast, se pareggiamo si fa a
metà, se perdiamo tocca a me pagare».
Parliamo un po’ di Sly, quando ha incontrato per la prima
volta quest’opera che è poco nota al pubblico?
«L’ho scoperta a Milano nel 1985: Cesare Mazzonis mi
diede lo spartito perché voleva metterla in scena alla Scala
qualche anno dopo, poi io ho avuto un periodo un po’
duro, un po’ difficile, sono stato parcheggiato per un anno
(Carreras parla sempre con molta serenità e molta forza
della malattia, la leucemia, che lo ha colpito nel 1987 e dalla
quale è completamente guarito, ndr) e così quel progetto è
saltato. Ma io ho sempre avuto l’idea di cantarla perché è
un ruolo affascinante per un tenore, ha delle possibilità
vocali e drammatiche straordinarie e così, finalmente, tre
anni fa a Zurigo, ho debuttato in quest’opera che poi ho
cantato anche a Barcellona e a Washington, ora lo
interpreto a Torino e nel corso delle recite torinesi andremo
anche all’Acropolis di Nizza per due serate, poi lo
interpreterò al Metropolitan alternandomi con il mio amico
Domingo, insomma è valsa la pena riscoprire questo titolo
che piace molto anche al pubblico»
Sly è un poeta, è un ubriacone, è un uomo che dice «la vita
è bella» se ha una donna da amare. Chi è Sly, per lei?
«È tutto questo, ma è anche un uomo sensibile, un artista,
un uomo profondo, è un clochard che riesce a dare delle
emozioni a tutti gli altri personaggi, anche se sono degli
ubriaconi, è lui quello che stimola gli altri, ha una grande
sensibilità. Certo, è un perdente, ma ha un peso specifico
umano straordinario. Non sono un musicologo e non voglio
essere arrogante nel dare giudizi, ma come interprete trovo
che WolfFerrari abbia scritto un’opera molto bella, certo si
sente una certa influenza mitteleuropea nella sua musica, ma
questa rimane un’opera di grande italianità con uno
strepitoso terzo atto. Strepitoso è un termine che mi ha
insegnato il mio amico Luciano Pavarotti: tutte le volte che
ceniamo insieme e mi passa una fetta di salame dice che è
strepitoso».
I tre tenori, i tre amici continueranno a cantare insieme?
«Sì, noi tre "salami" ci rivedremo a fine dicembre per un
concertone di Natale a Chicago, poi per il 2001 ne
abbiamo già fissati tre tra Giappone, Corea e Stati Uniti».
L’amicizia e l’affetto dei suoi fan hanno avuto un ruolo
fondamentale durante la sua malattia?
«Assolutamente sì, in quei momenti sentire che hai la
famiglia vicino, gli amici e tanta gente che non hai mai
conosciuto ma che ti vuole bene e te lo dimostra, è
importantissimo, mi ha sicuramente aiuto molto a
sconfiggere la malattia. Esperienze come queste ti maturano,
ti cambiano, ti fanno riscrivere la tua scala di valori, subito
dopo aver vinto la battaglia ti senti più saggio, più buono,
più tollerante. Poi ricominci a vivere, stai bene, e siccome
sei un essere umano, fai di nuovo certi errori, ma la maturità
che hai raggiunto quella non la perdi più, soprattutto quando
hai imparato che nella vita le cose più importanti sono il
dialogo, la tolleranza, il cercare di capirsi».
Ci sono interi siti internet a lei dedicati, schiere di fan che si
scambiano informazioni su qual è il suo sandwich preferito o
il suo prossimo ruolo. A lei capita mai di navigare sul suo
sito?
«Il mio sandwich preferito è una variante del panino che si
fa in Catalogna, che è un po’ simile alla panzanella italiana:
del pomodoro su una fetta di pane, un po’ d’olio e io ci
aggiungo anche delle strisce sottilissime di parmigiano. Ma,
aldilà della ricetta, devo confessare che non ho mai navigato
in internet. I miei due figli Albert, che fa l’avvocato a
Ginevra, e Julia, che studia all’Università di Barcellona, mi
hanno regalato un anno fa un computer portatile, ma non ho
mai avuto il tempo di usarlo né per le email, né per Internet:
ho un po’ paura di affrontare questa sfida».
Che ricordo ha di Torino?
«Ho cantato spesso qui, all’Auditorium Rai e al Regio, a
partire dalla "Luisa Miller" del 1976 al "Werther" con Lucia
Valentini Terrani e in questo teatro sono sempre stato
trattato con grande cordialità e affetto. Qui mi sono sempre
trovato bene perché c’è una grande serietà professionale».
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