Una prima senza smoking per "Sly" dopo l’alluvione lo spettacolo
Succede ogni volta così. Quando per trovare il senso, per
dimenticare o semplicemente per riprendere a scorrere, la
vita ferita s’innamora delle forme e dei gesti più consueti
della normalità, può capitare che anche un normale Turno B
al Regio diventi un’occasione da ricordare: un rito simbolico
dal valore inaugurale irresistibile. Anche se il sovrintendente
Walter Vergnano smorza: «Questa è una normale serata per
abbonati. Lunedì non ce la siamo sentita di metterci lo
smoking e fare festa mentre la città finiva allagata. Stasera
semplicemente torniamo a teatro. Senza smoking e con
normalità. Non solo perché la vita deve riprendere e
continuare, ma perché è anche con momenti come questi
che il teatro deve entrare a fare parte sempre più della
nostra quotidianità».
Lunedì mattina una città tumefatta d’acque, fango e
disperazione decideva che no, di sognare dietro al poeta
ubriacone di Ermanno Wolf Ferrari non se la sentiva
proprio. E che la «prima» di Sly prevista in serata non si
poteva fare. Non importa se c’era José Carreras, atteso a
Torino dai tempi del lancio della Punto nel ’93. E non
importa nemmeno se Sly inaugurava la stagione. Stavolta,
come ai tempi delle bombe dell’oscuramento, la rovina
aveva vinto sulla vita. Ieri sera invece Sly è tornato al Regio.
Chissà se, attraversando il crepuscolo della provincia
piemontese, le auto e i pullman dei melomani parcheggiati ai
Giardini Reali avranno visto anche loro quel mondo a due
colori, sotto raggelato nell’irreale caramello del fango, sopra
avvilito nelle tinte scialbe di un autunno nato morto.
Un Turno B promosso a «prima» vuol dire ricevere le scuse
di un sindaco Castellani schiantato dal calo di tensione e
restato a casa a riposare dopo giorni da incubo. E significa
avere lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua, insignito
mercoledì della laurea honoris causa dall’Ateneo torinese,
talmente colpito dall’opera da decidere di portarla a Tel
Aviv. Ma significa anche avere un Carreras emozionato
come a una vera «prima», che ha trascorso il pomeriggio
blindatissimo e concentrato per dominare quello che è
comunque un debutto. Sabato scorso Carreras cantava alla
prova generale davanti al solito pubblico a inviti. Tardo
pomeriggio, sotto i pilastri dei ponti i fiumi si gonfiavano a
poco a poco, palpitavano e gorgogliavano come le arterie
del collo di chi tiene un do di petto. Applausi, sipario. Poi
via sotto la pioggia insinuante, una fuga nelle luci di una
Torino già collassata, verso il buen retiro dell’hotel Sitea.
Carreras non è tornato a Barcellona. È restato a Torino
appartato. Un posto dove vivere la tragedia dal video. Un
posto dove aspettare di poter fare quello che l’arte deve
fare talvolta: consolare la vita e farla ripartire. Anche se lui
con grande discrezione non ama parlarne, Carreras la sua
partita personale contro la morte l’ha combattuta. È uno
che davvero sa cosa vuol dire, quando la vita vince. Forse
lo applaude così convinto anche per questo, il pubblico di
questo strano Turno B.
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