La stagione inaugurata da "Sly", un’opera poco nota di WolfFerrari. Con José Carreras al regio di torino
TORINO — Difficile sapere se entrerà in repertorio. E se
ne varrà la pena. Ma la calda accoglienza del pubblico
torinese certifica che Sly di WolfFerrari possiede una forza
di comunicativa drammatica singolare. Praticamente
ignorata dai cartelloni italiani, Sly ovvero la leggenda del
dormiente risvegliato nacque nel 1927 alla Scala. Basata
sull’omomino dramma di Forzano (1920), l’opera
rappresenta il tentativo di WolfFerrari di manifestare la sua
vocazione artistica non d’avanguardia: sempre combattuta
tra richiami italiani e fascinazioni tedesche. Il soggetto: Sly,
poeta da taverna che beve per vivere nel suo mondo di
fantasia, s’è addormentato ubriaco. Il Conte, anche per far
divertire l’amante Dolly, organizza una burla. Sly verrà
portato al castello e rivestito: al risveglio dovrà credere di
essere un signore afflitto da una specie di amnesia. Il gioco
funziona finché Sly si invaghisce di Dolly. Ma al termine di
un appassionato duetto, la corte si svela: Sly è rinchiuso nei
sotterranei. Ripensa a Dolly e credendo di essere stato
illuso anche da lei, si taglia le vene. Quando lei gli propone
di fuggire insieme, è troppo tardi.
Ambiziosa e discontinua, Sly più che un’opera pare
un’antologia: la volontà di aggiornamento d’autore attua un
linguaggio eterogeneo e fatto di prestiti, insincero ma
combinato con gusto drammatico: i piani espressivi
dell’opera che svaria dal postorimanticismo hoffmanniano
all’espressionismo casereccio obbediscono a una logica
teatrale riuscita. Marcia a fatica, con qualche lungaggine, il
primo atto; intriga, nel bilanciamento di toni elfici e graffi
grotteschi, il secondo; e rimane nella memoria il disperato e
semimonologante terzo. Merito della scrittura ricercata nello
strumentale e ben dosata negli effetti, che ha trovato in
Renato Palumbo il direttore capace e cinico che la musica
pretende. Ma l’opera, con il suo lutto individuale («sono un
povero uomo che soffre e ha sempre pianto da solo» dice
Sly nel tragico autoritratto finale), vive soprattutto per la
forza assegnata al ritratto del "vinto" protagonista. Come nel
1998 a Zurigo, dove l’allestimento (scene di Hans Hofer,
costumi di Dirk von Bodisco, regia di Hans Hollmann)
nacque, è azzeccato protagonista José Carreras che ritrova
accenti declamatori sinceri e distribuisce commozione, pur
lesinando sullo smalto vocale. Convincente e sontuosa
Elisabete Matos (Dolly): Carmelo Corrado Caruso ha
guidato lo stuolo di caratteristi previsti dallo spartito.
(angelo foletto)
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