TORINO-- «Sly», la leggenda del dormiente risvegliato: tre lettere, un nome corto come una
sigla, che dice poco al pubblico dei melomani, ma che oggi sembra accendersi di luce nuova,
dopo decenni di silenzio. L’opera del veneziano Ermanno Wolf-Ferrari si ispira a una novella di
«Mille e una notte» e al preludio della shakespeariana «Bisbetica domata». «Sly», lunedì 16
ottobre - a Torino si gioca d’anticipo - apre la stagione 2000-2001 del Regio, ideata dal
direttore artistico Claudio Desderi. Protagonista di «Sly» sarà José Carreras, che dal Regio
mancava da dieci anni, dal concerto del 1991 per i 250 anni del teatro. Torna dunque Carreras:
uno e trino, una sorta di «trinità» lirica, se è vero che Wolf-Ferrari «scherzo drammaturgico»
migliore non potesse architettare. Vi ritorna artista più maturo nell’animo e nelle capacità
interpretative, che in lui sono sempre state spiccate per affrontare tre atti completamente diversi,
durante i quali il califfo Harun fa credere a un ubriaco - dopo averlo travestito e portato in una
reggia - di essere unico signore del luogo risvegliatosi da un lungo sonno. Tre atti che trascinano
il povero poeta Sly dall’atmosfera spensierata e godereccia di un’osteria nel primo atto, allo
struggimento del sogno nel secondo atto, in cui si compie la beffa atroce ai danni del poeta, gli si
fa credere di essere il ricco erede della nobile famiglia, fino alla tragedia del terzo atto, al
termine del quale Sly, ormai distrutto nella mente e nel fisico, preferisce darsi la morte per non
cadere nella dura realtà.
Soltanto un artista sensibile come Carreras è in grado di ripetere a Torino il successo riportato a
Zurigo e Barcellona, dove «Sly» è stata rappresentata. Sul podio Renato Palumbo al suo
debutto al Regio, regista Hans Hollman, maestro del Coro, Bruno Casoni. Claudio Desderi
ricorre ancora a un’opera del Novecento per aprire la stagione: ci vuole una buona dose di
consapevole coraggio per dar maggior voce ai propri progetti, ai programmi, per fare
conoscere un secolo di musica in parte avaro di capolavori. E, come ogni uomo di teatro che
ami visceralmente e con competenza il proprio lavoro, dà vita ad una stagione complessa nella
sua formulazione, che tiene conto di epoche culturali diverse, dal Settecento al Verismo. Il
Regio così cattura platee differenti: spettatori che amano l’opera buffa, a cominciare dal
«Barbiere di Siviglia», secondo titolo della stagione, o che prediligono soggetti drammaturgici
forti.
Ed ecco allora quattro lavori di Shakespeare: «Hamlet» su musica di Thomas (altro autore
assente dal Regio da parecchi anni), «Falstaff» di Verdi, «Kiss Me, Kate» su musica di Cole
Porter, commedia musicale ormai assurta al rango di opera lirica. Ma non basta: in cartellone
c’è il balletto «Excelsior» con la graditissima, intramontabile stella Carla Fracci; c’è persino la
«Johannes-Passion» eseguita in collaborazione con la Academia Montis Regalis; il wagneriano
«Lohengrin», la Traviata di Verdi con Eteri Gvazava, Violetta televisiva di Parigi, cui è affidata
la conclusione della stagione; «Der Zwerg» (Il nano) diretto da Yuri Ahronovitch, opera densa
di difficoltà, del grande compositore austriaco Von Zemlinsky, prima insegnante e poi cognato
di Schoenberg, autore quasi sconosciuto al pubblico italiano, ma apprezzatissimo in Europa,
anche per la sua intensa opera pianistica. Il «Nano» è abbinato nella stessa serata ad un altro
colosso del Novecento, «I pagliacci» di Leoncavallo, opera di battaglia per grandissimi artisti
italiani: direttore, naturalmente lo stesso Ahronovitch, musicista e artista di grande umanità.
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