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«Sly», per non scordare il Novecento José Carreras, ritorno in scena del tenore-poeta
By Sandro Cappelletto


TORINO-- Ma tu ci vai, stasera, allo «Sly»? Basterà la presenza di José Carreras in un ruolo sempre amato dai tenori - Pertile, Merli, oggi anche Domingo - a rendere vincente la scelta del Teatro Regio di inaugurare la propria stagione con un'opera che appartiene, platealmente, al Novecento storico italiano dimenticato? Claudio Desderi, direttore artistico del Regio, musicista e uomo di teatro finissimo, dice tranquillo: «Se non piace, il colpevole sono io». Perché bisogna osare, passare lo straccio e guardare se la musica che c'è sotto la polvere dell'opera italiana fra le due guerre è oro o princisbecco; se l'oblio è colpevole o, magari, meritorio verso il melodramma tragico di un autore che quando viene ricordato lo è per le sue commedie di ispirazione goldoniana: "Il campiello", "I quattro rusteghi". E perché mai bisogna privare il pubblico contemporaneo del piacere di ascoltare oggi quanto ascoltavamo i nostri nonni nel 1927, quando «Sly» debuttò alla Scala. A esser pignoli, i nostri nonni europei ascoltavamo anche, negli stessissimi anni, «Turandot», «Intermezzo» di Strauss, il «Wozzeck» di Berg. Fra questi colossi, con tutto l'affetto per il più veneziano dei mitteleuropei come fu Wolf-Ferrari, «Sly» finisce stritolato. Scelta, dunque, coraggiosa, consentita dal rapporto di fiducia instaurato tra il teatro e un pubblico che - lo dicono le indagini statistiche - sta mutando: per età, composizione sociale, formazione culturale. Pubblico fedele, generoso di abbonamenti, che digerirà anche le otto recite dello «Sly», come ha digerito, pochi mesi fa, «Assassinio nella Cattedrale» di Pizzetti: titoli che negli altri teatri italiani farebbero, provare per credere, il vuoto.

Torino lascia morire, senza una lacrima, senza un "complaint" (sarà mica rimozione?) il «Salone della Musica», al quale aveva pur dedicato energie e ingegni, ma è città responsabilmente solidale con la sua istituzione lirica: lo testimonia il lungo elenco degli sponsor pubblici e privati che sono diventati - così esige la legge - Soci Fondatori del Regio. Però in futuro risparmiateci «Madonna Imperia», «Gli Orazi» e altri negletti superitalici tentativi novecenteschi: dopo la fatica fatta per entrare in Europa! E nonostante la voglia di restaurazione (recupero, ricollocazione, riconsiderazione...) che si respira ad ogni boccata, questo teatro musicale nostrano non farà tendenza, come non l'ha fatta allora. Il Novecento da salvare ha percorso altri sentieri.

Nell'anno del centenario, tutti gli enti lirici si tuffano su Verdi: otto i titoli della Scala. Regalmente, il Regio non segue la corrente e ne presenta due: «Traviata», affidata al volto, speriamo anche alla voce, di Eteri Gvazava, recente Violetta televisiva, e «Falstaff», scelto come parte di un progetto shakesperiano che include «Hamlet» di Ambroise Thomas e «Kiss me, Kate», il musical di Cole Porter tratto, come «Sly», dalla «Bisbetica domata».

Tra le dodici proposte della stagione - ben oltre la media nazionale - non mancano altre rarità e curiosità: «Il nano» di Zemlinsky e una «Passione secondo Giovanni» di Bach messa in scena da José Carlos Plaza, regista del recente allestimento, molto apprezzato, dei «Diavoli di Loudun» di Penderecki. Manca Mozart - peccato: Desderi sa ben scegliere e far «muovere» le voci mozartiane - e la sua capacità unica, così utile, di raccontare la tragicommedia della vita, e manca il titolo nuovo, la creazione: coraggio, in Italia 750 irrimediabili utopisti affermano di vivere facendo i compositori, anche per il teatro. Sceglietene uno.

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Source: La Stampa
Date Published: October 16, 2000
URL: http://www.lastampa.it/LST/ULTIMA/LST/TORINO/SPETTACOLI/DOPPIATORI.htm