TORINO-- Ma tu ci vai, stasera, allo «Sly»? Basterà la presenza di José
Carreras in un ruolo sempre amato dai tenori - Pertile, Merli, oggi anche
Domingo - a rendere vincente la scelta del Teatro Regio di inaugurare la
propria stagione con un'opera che appartiene, platealmente, al Novecento
storico italiano dimenticato? Claudio Desderi, direttore artistico del
Regio, musicista e uomo di teatro finissimo, dice tranquillo: «Se non piace,
il colpevole sono io». Perché bisogna osare, passare lo straccio e guardare
se la musica che c'è sotto la polvere dell'opera italiana fra le due guerre
è oro o princisbecco; se l'oblio è colpevole o, magari, meritorio verso il
melodramma tragico di un autore che quando viene ricordato lo è per le sue
commedie di ispirazione goldoniana: "Il campiello", "I quattro rusteghi".
E perché mai bisogna privare il pubblico contemporaneo del piacere di
ascoltare oggi quanto ascoltavamo i nostri nonni nel 1927, quando «Sly»
debuttò alla Scala. A esser pignoli, i nostri nonni europei ascoltavamo
anche, negli stessissimi anni, «Turandot», «Intermezzo» di Strauss, il
«Wozzeck» di Berg. Fra questi colossi, con tutto l'affetto per il più
veneziano dei mitteleuropei come fu Wolf-Ferrari, «Sly» finisce stritolato.
Scelta, dunque, coraggiosa, consentita dal rapporto di fiducia instaurato
tra il teatro e un pubblico che - lo dicono le indagini statistiche - sta
mutando: per età, composizione sociale, formazione culturale. Pubblico
fedele, generoso di abbonamenti, che digerirà anche le otto recite dello
«Sly», come ha digerito, pochi mesi fa, «Assassinio nella Cattedrale» di
Pizzetti: titoli che negli altri teatri italiani farebbero, provare per
credere, il vuoto.
Torino lascia morire, senza una lacrima, senza un "complaint" (sarà mica
rimozione?) il «Salone della Musica», al quale aveva pur dedicato energie e
ingegni, ma è città responsabilmente solidale con la sua istituzione lirica:
lo testimonia il lungo elenco degli sponsor pubblici e privati che sono
diventati - così esige la legge - Soci Fondatori del Regio. Però in futuro
risparmiateci «Madonna Imperia», «Gli Orazi» e altri negletti superitalici
tentativi novecenteschi: dopo la fatica fatta per entrare in Europa! E
nonostante la voglia di restaurazione (recupero, ricollocazione,
riconsiderazione...) che si respira ad ogni boccata, questo teatro musicale
nostrano non farà tendenza, come non l'ha fatta allora. Il Novecento da
salvare ha percorso altri sentieri.
Nell'anno del centenario, tutti gli enti lirici si tuffano su Verdi: otto i
titoli della Scala. Regalmente, il Regio non segue la corrente e ne presenta
due: «Traviata», affidata al volto, speriamo anche alla voce, di Eteri
Gvazava, recente Violetta televisiva, e «Falstaff», scelto come parte di un
progetto shakesperiano che include «Hamlet» di Ambroise Thomas e «Kiss me,
Kate», il musical di Cole Porter tratto, come «Sly», dalla «Bisbetica
domata».
Tra le dodici proposte della stagione - ben oltre la media nazionale - non
mancano altre rarità e curiosità: «Il nano» di Zemlinsky e una «Passione
secondo Giovanni» di Bach messa in scena da José Carlos Plaza, regista del
recente allestimento, molto apprezzato, dei «Diavoli di Loudun» di
Penderecki. Manca Mozart - peccato: Desderi sa ben scegliere e far «muovere»
le voci mozartiane - e la sua capacità unica, così utile, di raccontare la
tragicommedia della vita, e manca il titolo nuovo, la creazione: coraggio,
in Italia 750 irrimediabili utopisti affermano di vivere facendo i
compositori, anche per il teatro. Sceglietene uno.
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