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Poeta Beone Tra Sogno e Realtà
By Paolo Gallarati


Teatro Regio «Sly», di Wolf-Ferrari Ieri Sera Ha Aperto la Stagione Lirica

TORINO-- Il Teatro Regio si fa un punto d'onore nell'esplorare il repertorio operistico italiano del Novecento: l'anno scorso s'è visto il notevolissimo «Assassinio nella cattedrale» di Pizzetti, quest'anno a «Sly» di Wolf-Ferrari (1876-1948) è affidato addirittura il compito di inaugurare la stagione lirica. Il compositore è interessante per la sua posizione appartata nell'opera italiana di inizio secolo: veneziano, figlio di un pittore tedesco, formatosi in Italia e in Germania, si è tenuto lontano sia dalle sguaiate truculenze della scuola verista che dal modernismo della generazione dell'Ottanta di Pizzetti, Casella e Malipiero. Wol-Ferrari coltivava un'estetica del sentimento espresso in forma gentile e garbata, con una scrittura ben rifinita, senza cadute retoriche. Possedeva una felice vena comica: le sue opere goldoniane come «I quattro rusteghi» e «Il campiello» sono leggere, eleganti e gradevoli. Meno duttile sembra la sua fantasia nell'adattarsi alla tragedia, e «Sly» presenta proprio un soggetto tragico che, nel 1927, il librettista Giovacchino Forzano trasse dal prologo della «Bisbetica domata» di Shakespeare: Sly, poeta da taverna, con un debole per il buon vino, viene giocato dal Conte che decide di trasportarlo, ubriaco, a casa propria, facendogli credere, al suo risveglio, di essere un gran signore, la cui miserabile vita passata, in realtà, non era altro che un sogno. Sly, a poco a poco, ci crede, anche perché l'amante del Conte, incaricata di beffarlo, s'innamora di lui, e lui di lei. Ma, sul più bello, il Conte rivela l'inganno e confina Sly in cantina, tra le bottiglie, dove il poeta-cantore-buffone, dopo aver ringraziato il vino per l'oblio che gli ha donato nella vita, disperato, si uccide.

Il tema pirandelliano dello scambio tra finzione e realtà, pazzia e illusione, strappa al librettista toni sinceri: non nel primo atto, dove il quadro della taverna, con le intemperanze dei beoni e i relativi lazzi è di una vuotezza quasi totale, ma nel secondo e nel terzo, dove la vicenda del povero Sly, ingannato e suicida, possiede una certa tensione. Molto più prudente, quasi intimidito, pare Wolf-Ferrari nel metterla in musica: anche lui cola a picco nel primo atto, trascinato dalla zavorra librettistica, tra coretti e strombazzate; ma si risolleva nel coro finale e, ancor più, all' inizio del secondo, con la scena onirica del risveglio di Sly. L'opera prosegue tra alti e bassi: la mascherata impegna Wolf-Ferrari nei prediletti toni leggeri, e l'effetto è gradevole, ma il lungo racconto di Sly non va oltre l'intonazione accurata delle sillabe; la preghiera dell'innamorata Dolly, la sola che tocca la commozione, offre di nuovo un buon momento di intensità che solo con fatica prosegue nel duetto d'amore, e così via. Nel terzo atto, dopo un lungo declamato senza accompagnamento, Wolf-Ferrari si sforza non tanto di rappresentare la tragedia di Sly ma, per così dire, di lenirla con evasive carezze strumentali: e ancora una volta è Dolly che porta, nell'ultima scena il calore di un'espressione un poco più sincera. Tutto sommato, l'interesse storico di conoscere questa partitura dimenticata ci costerebbe una buona dose di pazienza se non fosse che il Teatro Regio ha allestito un'esecuzione di prim'ordine, capace di sanare accuratamente i buchi della partitura, costellata di silenzi, pause, come nella consapevolezza della crisi vissuta dai compositori moderni, ma qui mai realmente affrontata: la crisi del canto come espressione diretta dei sentimenti. Ecco dunque sul palcoscenico José Carreras in piena forma vocale, con il suo timbro squillante e la disinvoltura del buon attore; accanto a lui assai bene hanno figurato Elisabetta Matos come Dolly e Carmelo Corrado Caruso nella parte del conte di Westmoreland, tutti e tre impegnati a dar consistenza, col canto e col gesto, alle pallide figure di Wolf-Ferrari: e bene ha fatto pure il direttore Renato Palumbo, evidenziando le occasionali finezze nella partitura. Gradevolissimo lo spettacolo di Hans Hollmann, proveniente dall'Opera di Zurigo e ambientato all'epoca dell' autore: festoso, colorato, pieno di luci e di movimenti allegri, specie nella festa del secondo atto con lo squillo dei gialli, bianchi, rossi, blu, i costumi carnevaleschi, le uniformi, ma anche rigoroso e tagliente nella scena dell'osteria e in quella della cantina che conclude quest'opera, poco inaugurale, in una severa desolazione, senza impedire al pubblico di accalorarsi nella misura in cui la partitura migliora dopo il primo atto.

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Source: La Stampa
Date Published: October 20, 2000
URL: http://www.lastampa.it/LST/ULTIMA/LST/NAZIONALE/SPETTACOLI/REGIO.htm